La Diga di Vetto e la Val d’Enza: l’opera che può cambiare l’Appennino, ma soprattutto il modo in cui decidiamo il futuro
Ci sono progetti che non restano dentro una conferenza stampa. Scendono a valle, entrano nelle case, diventano discussione nei bar, nelle aziende agricole, negli uffici, nei gruppi WhatsApp. La Diga di Vetto è così: non è solo un’opera idraulica, è una scelta che tocca acqua, sicurezza, paesaggio, economia e perfino la fiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Il punto non è schierarsi subito. Il punto è capire cosa dicono i documenti ufficiali e dove, davvero, si giocheranno le decisioni tecniche e ambientali. Perché una diga non “nasce” quando iniziano i lavori: nasce quando un territorio accetta di farsi domande scomode e pretende risposte verificabili.
Cosa è certo oggi: il progetto è entrato nella fase “istituzionale”
Il passaggio decisivo è già avvenuto: l’opera è incardinata in un percorso commissariale. Questo significa una catena di responsabilità chiara e un’accelerazione dell’iter, con obiettivi espliciti sulla progettazione.
Qui c’è un primo messaggio che vale più di tante opinioni: non siamo più nella fase delle ipotesi generiche. Siamo nella fase in cui ogni parola dovrebbe agganciarsi a un atto, a una scelta, a una motivazione.
Il DOCFAP: l’opera non è ancora “la diga”, è la scelta tra alternative
Oggi la base di discussione è il DOCFAP (Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali). È un punto fondamentale, perché non racconta “come costruire”, ma “quale strada scegliere” e con quali condizioni.
Dentro questa fase ci sono due effetti importanti. Il primo è tecnico: le alternative vengono confrontate con criteri misurabili, non con sensazioni. Il secondo è politico-civile: il territorio ha ancora spazio per incidere, perché le scelte non sono ancora blindate nella progettazione esecutiva.
Il tema che va compreso bene è questo: se il DOCFAP individua un’opzione come riferimento, non significa che le altre siano finte o ornamentali. Significa che esiste una preferenza tecnica provvisoria, che deve reggere al confronto pubblico e alle verifiche successive.
Le date che contano: perché il 2026 è un anno “soglia”
Il cronoprogramma racconta una cosa spesso ignorata: la discussione pubblica non è infinita. Ha finestre temporali e snodi precisi. Il Dibattito Pubblico si chiude, produce una relazione conclusiva, e subito dopo si passa a passaggi progettuali e amministrativi più vincolanti.
Questa sequenza è cruciale: se il territorio vuole dire qualcosa di utile, deve farlo quando serve. Non dopo. Non “quando si vedranno le ruspe”. Perché quando arrivano le ruspe, la maggior parte delle scelte è già stata fatta.
Il Dibattito Pubblico: o è serio, o diventa solo rumore
Il Dibattito Pubblico è il luogo in cui la comunità può chiedere conto di impatti e alternative con domande strutturate. Non è una gara a chi alza la voce. È, o dovrebbe essere, un dispositivo di qualità: emergono osservazioni, si raccolgono criticità, si chiedono dati, si pretende chiarezza su cosa verrà studiato e come.
C’è un punto che va detto senza ipocrisia: se il dibattito si riduce a “favorevoli vs contrari”, non aiuta nessuno. Se invece si concentra su rischi, mitigazioni, monitoraggi, sedimenti, deflussi, frane, allora diventa utile anche per chi è scettico, perché sposta la discussione dal tifo al metodo.
I nodi davvero delicati: non “se”, ma “quanto” e “come”
Quando si parla di grandi invasi, ci sono tre parole che tornano sempre, e non sono slogan. Sono questioni ingegneristiche e ambientali reali: frane, sedimenti, ecosistemi.
Sul fronte geologico, la domanda giusta non è “ci sono frane?”. In Appennino, la risposta è quasi sempre: sì, in forme e gradi diversi. La domanda giusta è: come cambia la stabilità delle sponde quando il livello dell’acqua varia? Quali versanti sono più sensibili? Che tipo di monitoraggio continuo è previsto? Quali soglie di allerta? Quali interventi di consolidamento, e con quali tempi e costi di manutenzione?
Sul fronte sedimenti, il tema non è da tecnici chiusi in stanza. È un pezzo di futuro del fiume: un invaso trattiene sedimenti, modifica l’equilibrio a valle e può perdere capacità nel tempo. Qui la differenza tra progetto “maturo” e progetto “fragile” sta nelle strategie previste: gestione dei sedimenti, scenari di interrimento, effetti sul trasporto solido e su eventuali interventi di compensazione.
Sul fronte ecologico, le parole chiave sono deflusso ecologico, temperatura dell’acqua, qualità, continuità degli habitat, e trasformazione del tratto fluviale. Un invaso cambia il comportamento del sistema: è inevitabile. La domanda diventa: quali misure di mitigazione e compensazione sono previste, quali indicatori si useranno, con quale trasparenza saranno pubblicati i dati nel tempo?
Qui si capisce se il progetto è “solo un serbatoio” oppure un’opera pensata come infrastruttura complessa, con responsabilità ambientale reale.
Le regole del gioco: trasparenza e motivazioni, non fede
Uno dei documenti più sottovalutati, ma più potenti, è il Codice di comportamento: perché stabilisce un principio semplice. Le decisioni devono essere motivate, tecnicamente fondate, e le valutazioni devono essere spiegate in modo comprensibile. Questo non rende automaticamente il progetto giusto, ma crea una pretesa legittima: se si sceglie una strada, si deve dire perché, con dati shown, e non con formule vuote.
E qui arriva il punto che “lascia il segno”: la diga non misura solo l’acqua che potremmo accumulare. Misura la qualità del nostro processo decisionale. La capacità di dire sì o no con argomenti, e soprattutto la capacità di correggere una rotta quando emergono criticità.
Le domande giuste da portare nel confronto pubblico
Se vuoi essere utile al territorio, non basta un’opinione. Servono domande precise.
Qual è lo scenario climatico e idrologico che giustifica l’opera e quali sono gli intervalli di incertezza?
Quali sono i costi ambientali “non negoziabili” e come verranno monitorati?
Come viene gestito il tema sedimenti lungo l’intero ciclo di vita dell’invaso?
Quali sono i principali versanti critici e che piano di controllo e manutenzione è previsto per decenni, non per la fase di cantiere?
Quali effetti a valle sul deflusso ecologico e sulla morfologia del corso d’acqua, e con quali misure compensative?
Quali alternative “non diga” sono state valutate davvero e quali risultati hanno dato, senza semplificazioni?
Quando queste domande entrano nel dibattito, cambia tutto. Perché obbligano tutti, favorevoli e contrari, a stare sul terreno della realtà.
Conclusione: l’opera divide, ma il metodo può unire
La Val d’Enza non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di una scelta che regga nel tempo, sul piano tecnico, ambientale e sociale.
Se la diga sarà la risposta, dovrà esserlo in modo dimostrabile. Se non lo sarà, dovrà emergere con la stessa chiarezza. In entrambi i casi, il vero valore è questo: un territorio che non subisce le decisioni, ma le comprende, le discute e le migliora.
Documenti citati
D.P.C.M. 16 luglio 2025 – nomina e mandato commissariale per la Diga di Vetto
Decreto di approvazione preliminare del DOCFAP
Decreto relativo all’avvio e all’organizzazione del Dibattito Pubblico
Cronoprogramma ufficiale delle attività e delle scadenze
Codice di comportamento e principi di trasparenza e motivazione delle scelte
Scaricabli a questo indirizzo www.dptorrenteenza.it/commissario/

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