Nell’Appennino reggiano esistono sorgenti le cui acque depositano carbonato di calcio, formando incrostazioni e piccoli accumuli di roccia. Sono chiamate sorgenti pietrificanti: un fenomeno documentato nel sito del Rio Tassaro, a Vetto, e nel bosco della Péntoma, nel comune di Casina.
Siamo abituati a pensare all’acqua come a una forza che consuma: scava il terreno, leviga i sassi, trascina materiali lungo i torrenti. Ma, quando incontra condizioni favorevoli, può anche depositare minerali e contribuire alla formazione di nuova roccia.
Per accorgercene non serve necessariamente una grande cascata. Anche una superficie bagnata, un’incrostazione chiara o un piccolo deposito fra i muschi possono suggerire una domanda: che cosa sta lasciando qui l’acqua?
Che cosa sono le sorgenti pietrificanti
Le sorgenti pietrificanti sono sorgenti nelle quali avviene la deposizione di carbonato di calcio, il composto minerale presente anche nel calcare.
Come spiega la Regione Emilia-Romagna, il fenomeno può verificarsi a temperatura ambiente, senza acque termali. Quando un’acqua ricca di calcio e bicarbonato emerge, la perdita di anidride carbonica può favorire la precipitazione del carbonato di calcio sulle superfici con cui entra in contatto.
La parola “pietrificante” descrive dunque un processo di deposizione. Non significa che tutto ciò che viene bagnato si trasformi immediatamente in pietra.
L’immagine più utile è quella di un rivestimento minerale che si accumula, in condizioni adatte, attraverso il passaggio dell’acqua.
Come l’acqua può costruire una roccia
Piccoli salti e cascate favoriscono l’agitazione dell’acqua e lo scambio di gas con l’atmosfera. Anche gli organismi fotosintetici possono contribuire al processo.
I depositi assumono forme diverse: incrostazioni, ammassi lungo i versanti, strutture di cascata e piccole vasche. Nella documentazione regionale vengono descritti anche come depositi travertinosi.
È questo il particolare che rende il fenomeno affascinante: una superficie apparentemente immobile può trovarsi al centro di una trasformazione.
La velocità di formazione, però, non si può dedurre da una fotografia. Per conoscere l’accrescimento di un deposito servono osservazioni e misurazioni specifiche.
Un esempio reggiano: il sito del Rio Tassaro a Vetto
Un riferimento locale è il sito Natura 2000 Rio Tassaro, nel comune di Vetto, all’interno del Paesaggio naturale protetto Collina reggiana – Terre di Matilde.
La scheda regionale comprende fra i suoi elementi di maggiore interesse una sorgente pietrificante con formazione di tufo, descritta come la più vasta del Reggiano. Il contesto è quello di un territorio articolato, con boschi, rupi, corsi d’acqua e sorgenti.
Questo dato offre un motivo in più per conoscere l’area: accanto al paesaggio che vediamo durante una passeggiata esistono processi geologici e ambienti che richiedono uno sguardo più attento.
La segnalazione riguarda il sito protetto. Non va automaticamente identificata con la cascata del Tassaro, né permette, da sola, di indicare un punto di osservazione accessibile.
Nel bosco della Péntoma, a Casina
Un secondo riferimento si trova in uno studio pubblicato nel 2022 negli Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena, firmato da Massimo Gigante, Fabrizio Buldrini, Giuliano Cervi ed Elisabetta Sgarbi.
La ricerca ha esaminato 95 piccole aree umide della collina reggiana, fra pozze, stagni e sorgenti, durante il 2020 e il 2021. Nel bosco igrofilo della Péntoma, nel comune di Casina, gli autori documentano la presenza dell’habitat delle sorgenti pietrificanti sui depositi di travertino.
“Igrofilo” significa legato ad ambienti umidi. È un termine che aiuta a immaginare il contesto nel quale si incontrano acqua, vegetazione e substrato minerale.
Lo studio mostra anche quanto possano essere importanti le aree umide di piccole dimensioni: ambienti che, su una carta o passando velocemente, rischiano di attirare meno attenzione di un lago o di un grande torrente.
Perché si parla di habitat prioritario
La denominazione europea 7220* identifica le “sorgenti pietrificanti con formazione di tufi”, associate al termine botanico Cratoneurion.
Occorre però una distinzione: non ogni sorgente che deposita calcare corrisponde automaticamente a questo habitat. La Regione precisa che solo una parte delle sorgenti pietrificanti censite rientra nell’habitat prioritario.
Riconoscere una crosta minerale è quindi diverso dal classificare un ambiente. Per quest’ultima operazione servono competenze e valutazioni che comprendono anche le comunità vegetali presenti.
Per chi visita il territorio, conoscere questa distinzione aiuta a usare le parole con precisione e a capire perché una sorgente possa interessare contemporaneamente geologi e botanici.
Come osservare questi ambienti senza danneggiarli
L’osservazione può partire dai dettagli visibili dal percorso: il passaggio dell’acqua, le superfici incrostate, il rapporto fra vegetazione e deposito.
È bene non staccare frammenti, non asportare muschi e non modificare il deflusso per rendere più evidente una formazione. Anche per una fotografia, è preferibile evitare di calpestare le superfici bagnate e i depositi.
Questo articolo presenta un fenomeno e due riferimenti documentati; non costituisce una descrizione di itinerario. Prima di cercare un accesso, occorre verificare percorsi consentiti e informazioni aggiornate presso gli enti territoriali.
Un altro modo di conoscere l’Appennino reggiano
Le sorgenti pietrificanti invitano a rallentare. Il loro interesse sta anche nella possibilità di osservare un processo che non coincide con l’immagine più comune dell’acqua in montagna.
È lo stesso atteggiamento proposto nell’articolo su cosa osservare nei borghi dell’Appennino reggiano: fermarsi su un particolare e cercarne una spiegazione.
L’acqua attraversa anche la storia del vecchio mulino di Gazzano e della prosecuzione dell’attività a Case Vannucci. In quel caso il racconto segue il lavoro umano; qui l’attenzione si concentra sulla formazione dei depositi minerali.
Al Rio Tassaro e nella Péntoma, le fonti ci offrono un punto di partenza concreto. La prossima volta che incontreremo una piccola sorgente, potremo osservare non soltanto dove scorre l’acqua, ma anche ciò che deposita lungo il suo cammino.
Fonti e approfondimenti
Regione Emilia-Romagna – Sorgenti e travertini nell’Appennino emiliano-romagnolo. Spiegazione dei processi di deposizione e delle forme dei depositi.
Regione Emilia-Romagna – Sito Natura 2000 Rio Tassaro, IT4030022. Documentazione sul sito nel comune di Vetto e sulla presenza della sorgente pietrificante.
Gigante, Buldrini, Cervi e Sgarbi – Indagine sulla flora di aree umide collinari dell’Emilia centrale: il caso-studio del Paesaggio protetto “Collina Reggiana – Terre di Matilde”, Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena, volume 153, 2022. Comprende il riferimento al bosco della Péntoma.
Regione Emilia-Romagna – Censimenti delle sorgenti non captate. Approfondimento sulle sorgenti con deposizione di carbonato di calcio e sulla distinzione rispetto all’habitat prioritario.

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