Nei boschi dell’Appennino reggiano si incontrano piccoli ripiani che conservano le tracce del lavoro dei carbonai. Sono le piazzole di carbonaia: spazi utilizzati per trasformare la legna in carbone vegetale. La loro presenza è documentata in diverse aree, fra cui Valbona, la zona del Lagastrello e l’Abetina Reale.
Durante una passeggiata può capitare di notare una superficie pianeggiante sul fianco di un pendio. Il sentiero continua, gli alberi circondano lo spazio e nulla sembra spiegare quella piccola interruzione nella pendenza.
In alcuni casi, quel ripiano era un luogo di lavoro. Conoscerne la funzione permette di guardare il bosco attraverso una storia che non sempre ha lasciato edifici o iscrizioni.
Occorre però una premessa: non ogni spiazzo nel bosco è un’antica carbonaia. Per riconoscerlo servono elementi di riscontro, descrizioni attendibili o conoscenze locali.
Che cos’era una carbonaia
La carbonaia era una struttura temporanea nella quale la legna veniva trasformata in carbone vegetale.
La descrizione divulgativa dei Parchi Emilia Centrale, associata a una ricostruzione nel Parco dei Sassi di Roccamalatina, illustra una catasta organizzata attorno a un camino centrale e ricoperta con materiali come foglie, terra e muschio. Il lavoro richiedeva un controllo attento dell’ingresso dell’aria e dell’andamento della combustione.
Il principio era evitare che tutta la legna venisse consumata rapidamente dal fuoco. Si cercava invece di ottenere carbone vegetale, attraverso una trasformazione controllata.
La ricostruzione citata si trova nel Modenese: aiuta a comprendere il procedimento, ma non dimostra che ogni carbonaia reggiana avesse identiche dimensioni o modalità costruttive.
Perché produrre carbone direttamente nel bosco
Una spiegazione viene dal Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, nella descrizione delle tracce dei carbonai all’Orecchiella, sul versante toscano.
Nei boschi più remoti, trasportare la legna era difficile. Trasformarla sul posto permetteva di ottenere un materiale più leggero da movimentare. Il Parco segnala inoltre piazzole pianeggianti nelle quali sono ancora riconoscibili frammenti di carbone.
Questo aiuta a leggere il rapporto fra attività e territorio: il luogo di produzione dipendeva anche dalla disponibilità della materia prima e dalle difficoltà del trasporto.
Quello che oggi appare come un angolo appartato del bosco poteva dunque far parte di un’organizzazione del lavoro molto concreta.
A Valbona, le carbonaie lungo il sentiero
Un riferimento reggiano è contenuto nel programma di un’escursione del CAI di Reggio Emilia del 9 giugno 2024, intitolata “Anello di Valbona, Sentiero dei Carbonai”.
La proposta descrive il passaggio attraverso un antico castagneto e l’osservazione di tracce del lavoro umano, fra cui percorsi legati al pascolo, maestà e carbonaie.
È una testimonianza utile perché inserisce le piazzole in una lettura più ampia del territorio. Il bosco non viene osservato soltanto attraverso le specie vegetali: anche le attività svolte dalle persone diventano parte del percorso di conoscenza.
Il documento riguarda un’uscita del 2024 e non costituisce un aggiornamento sulle condizioni attuali del sentiero.
Fra Lagastrello e Monte Acuto
Un altro esempio compare nella descrizione dell’itinerario del Monte Acuto, pubblicata dal Parco nazionale.
Nel tratto che attraversa una faggeta cedua, dopo una radura nella zona del Lago Paduli, vengono segnalati resti di piazzole di carbonaie.
Il dettaglio offre uno spunto per chi conosce l’area soprattutto attraverso i suoi laghi e panorami: anche il sottobosco conserva elementi da osservare.
Per individuarli con precisione, è preferibile affidarsi a descrizioni aggiornate o a un accompagnamento competente. Una generica indicazione geografica non basta a riconoscere ogni piazzola lungo un percorso.
All’Abetina Reale, tracce di un’attività ancora novecentesca
Nella descrizione dell’Abetina Reale, nel comune di Villa Minozzo, il Parco segnala un tratto che sfiora una decina di piazzole di carbonaia, indicando che furono fra le ultime utilizzate negli anni Sessanta del Novecento.
È un riferimento importante per collocare questa attività nel tempo. La parola “antico” può far pensare a un passato molto lontano; qui, invece, la documentazione ci porta a una fase relativamente recente della storia della montagna.
Le fonti citate non permettono però di assegnare la stessa cronologia a tutte le piazzole dell’Appennino reggiano. Ogni luogo richiede una verifica propria.
Come osservare una piazzola senza inventarne la storia
Il primo passo è distinguere ciò che vediamo da ciò che supponiamo.
Possiamo descrivere un ripiano, la sua posizione rispetto al pendio e al sentiero, oppure annotare una segnalazione presente su una guida. Per attribuirgli una funzione e una data servono informazioni ulteriori.
È utile anche chiedere a chi conosce il territorio se quel luogo conservi un nome o una memoria del suo utilizzo. Una testimonianza può diventare un punto di partenza, da registrare e confrontare con altre fonti.
Non occorre scavare o raccogliere materiali per osservare queste tracce. Una fotografia d’insieme e un’annotazione del luogo, effettuate restando sul percorso consentito, possono essere sufficienti per iniziare un approfondimento.
Il bosco come luogo di lavoro e di memoria
Le piazzole dei carbonai suggeriscono una domanda da portare durante le passeggiate: quali attività si svolgevano qui prima che questo spazio diventasse, ai nostri occhi, soltanto bosco?
È un modo di osservare vicino a quello proposto nell’articolo su cosa osservare nei borghi dell’Appennino reggiano: partire da un dettaglio e cercare riscontri.
Anche la storia del vecchio mulino di Gazzano e della prosecuzione a Case Vannucci racconta il territorio attraverso il lavoro. Nel caso del mulino restano attrezzature e documenti; per le carbonaie, a volte, il primo indizio è la forma del terreno.
Per confrontare paesaggi di epoche differenti può essere utile anche l’approfondimento su come vedere com’era il proprio paese attraverso le immagini del passato.
A Valbona, al Lagastrello e nell’Abetina Reale, le fonti documentano tracce che meritano attenzione. La prossima volta che incontreremo un ripiano nel bosco, potremo fermarci a osservarlo con una domanda in più, senza avere fretta di attribuirgli una risposta.
Fonti e approfondimenti
CAI Reggio Emilia – Anello di Valbona, Sentiero dei Carbonai. Programma dell’escursione naturalistica e culturale del 9 giugno 2024.
Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano – Monte Acuto. Descrizione dell’itinerario con riferimento alle piazzole di carbonaia.
Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano – Abetina Reale. Indicazioni sulle tracce dell’attività dei carbonai e sul loro utilizzo novecentesco.
Parchi Emilia Centrale – Fra storia e natura, itinerario n. 2. Comprende la descrizione di una ricostruzione di carbonaia nel Parco dei Sassi di Roccamalatina.
Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano – Riserva dell’Orecchiella. Approfondimento sulle piazzole e sulla produzione del carbone nei boschi.

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